Queen Lizard: la distopia urbana di un caos controllato

Eccolo “Heilige Luna!” un Cd che ho trovato assai aderente al tempo che viviamo. Il nuovo lavoro dei Queen Lizard è esattamente la vita metropolitana che viviamo esternamente ma anche il caos e la necessità di evasione che abbiamo di dentro. Il video di “No Sun” rispecchia anche lati del mio vissuto personale oggi… il suono denso di nebbia e di figure non delineate a priori, mi fa tornare ad un post-rock inglese assai evocativo e nostalgico. E la nostalgia non è per niente un tratto marginale di questa scritture…

La distopia. Per voi che ruolo ha e cosa significa per davvero?

Il termine “’distopia” ci ricorda Orwell…in greco koinè la distopia è essenzialmente un ‘luogo cattivo’. In questo lavoro la distopia è presente sotto forma di inadeguatezza, ossia essere (o sentirsi) sempre nel posto sbagliato, come ricorda la foto di copertina del nostro disco, una ragazza intenta a camminare sui binari. Alcune liriche parlano di “non—luoghi”, anticamere, scale, passaggi. Questi percorsi portano solo
ad altri percorsi, nell’impossibilità di radicarsi nell’adeguatezza. Probabilmente è come essere entrati senza avere l’invito, sentirsi nella waiting room decantata dai Fugazi, nella quale solo la pazienza e la resistenza possono salvarti. Le rovine (o macerie) ci sono, ma sono abbellite, diciamo… le rovine come nei quadri romantici di abbazie nella neve, servono per la contemplazione e non devono essere toccate, al contrario, le macerie possono essere nuovo materiale da costruzione, e vanno rimosse per fare spazio ad altro, probabilmente una rinascita. In questo senso Heilige Luna è certamente distopico.

Questo disco che ormai ha del tempo sulle spalle: ha raccolto, sta raccogliendo quel che merita secondo voi? Oppure siamo nel tempo e nel luogo sbagliato per certi suoni?

I suoni peculiari di molta musica indipendente di fine anni ’80 primi anni ’90 sono inossidabili, sono radicati in molta musica odierna. Dischi come Loveless dei My Bloody Valentine, oppure Surfer Rosa dei Pixies o alcuni dischi di Sonic Youth, Slowdive, Dinosaur Jr non sono affatto invecchiati, rimangono pietre di paragone e un solido modello per chi fa musica oggi, almeno
nel nostro ambito. Alcuni suoni e l’attitudine che ne era alla fonte non invecchiano, non sono mai datati: pensa ai dischi dei Joy Division o dei Velvet Underground. Nel caso fossimo nel posto sbagliato, lo dedurremmo dal fatto che la musica dal vivo in Italia è davvero assente: locali dove suonare latitanti, gestori asfissiati dalla SIAE che cercano solo cover band o addirittura cover band tematiche. Per noi lo spazio è molto ridotto e dobbiamo cercarci con cura le date per presentare il nostro lavoro. Il disco sta ottenendo buoni riscontri e recensioni discrete, ma saremo sempre in una nicchia, nostro malgrado.

E del tempo? Che rapporto avete? Perché in questo disco la frenesia si alterna alla sospensione. E ho l’impressione che in ognuna di queste due fasi, ci sia modo di restare fermi a contemplare quel che accade. Sbaglio forse?

Eugène Ionesco scrisse una volta: “non abbiamo tempo per dedicarci un po’ di tempo”… è un disco che ha momenti frenetici dove il tempo accelerato sembra scorrere in tubi vorticosi. Fare i conti con il tempo è una delle ossessioni del disco, non a caso nella title-track si sentono, in sottofondo, le lancette di un vecchio orologio e la rotella di un vecchio telefono girare alla ricerca di una telefonata impossibile: da un lato dunque il tempo e il suo incessante lavorio di sgretolamento, dall’altro l’incomunicabilità, l’impossibilità di esprimersi, di non essere fraintesi. I brani più lenti sono un po’ la boa alla quale aggrapparsi dopo una mareggiata, ma anche il temporaneo rifugio rimane un non-luogo.

Come avete scelto il suono di questo disco?

I suoni sono stati scelti con cura, studiati in modo meticoloso. Volevamo che il disco rispecchiasse un certo spazio in cui ci muoviamo, un suono che contenesse il mare, le ferrovie e la “beata solitudo” domestica. La chitarra ha un ruolo fondamentale nella ricerca di queste atmosfere ed esse derivano anche dalla profonda conoscenza del chitarrista degli effetti disponibili. Tutto deve tuttavia essere al servizio dell’idea, del brano. Non ci sono stati spazi per virtuosismi non necessari, virtuosismi che solitamente servono l’ego del musicista (che di solito è ipertrofico…). Tutto deve essere bilanciato e necessario, per cui abbiamo deliberatamente eliminato orpelli inutili, tipici di chi “si suona addosso”.

E da questo suono, avete raccolto il suono che verrà?

Il suono che verrà è incognito. Stiamo già mettendo mano ad alcuni brani nuovi, ma tutto avviene in modo molto spontaneo, senza un obiettivo sonoro prestabilito e senza promesse da mantenere. Spesso, nella composizione dei brani, a parlare è l’inconscio, quella parte di noi, ignota a noi stessi, che prende il sopravvento sulla parte cosciente, razionale e talvolta purtroppo calcolatrice. Dalla frizione dolorosa tra inconscio e coscienza, diceva Freud, nascono le nevrosi. Ecco: questo è un disco nevrotico.

Quanta improvvisazione avete destinato alla scrittura del disco?

Ammetto candidamente che l’improvvisazione, se c’è stata, ha avuto una parte minima; il nostro batterista, tra le altre cose che fa, è un musicista professionista che si occupa di jazz e musica sperimentale contemporanea, ma in questo disco tutto è stato dosato, calcolato, soppesato. Alcune parti, alcuni arrangiamenti sono nati spontaneamente, a volte addirittura da errori di esecuzione in studio. Fellini una volta scrisse: “ho imparato che non c’è cosa più inebriante che impuntarti sulla tua scelta. E poi sbagliare.” Ecco, questo è il disco di quattro persone che si sono impuntate.

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di Red

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