Talento e tormento: 30 anni fa l’addio a Kurt Cobain, con Roma nel destino

Anche se le prime avvisaglie c’erano già state, quando arrivò la notizia da Seattle e fece il giro del mondo, lo shock fu immediato. Era l’8 aprile del 1994 quando Kurt Cobain fu trovato morto nella sua casa di Seattle.  Suicidio, dissero i medici legali. Suicidio che secondo gli inquirenti era avvenuto 3 giorni prima, il 5 aprile. Accanto al suo corpo fu ritrovato un fucile a pompa modello Remington M-11 calibro 20 e una lettera d’addio. L’autopsia successivamente confermò che la morte di Cobain fu causata da un colpo di fucile autoinflitto alla testa.

Pochi anni, per odiare un mondo dorato e pieno di successi. Pochi secondi per mettere fine a una giovane vita, facendo sprofondare nel dolore e nell’incredulita’ milioni di fan in tutto il mondo. È indelebile il segno lasciato da Kurt Cobain nel mondo della musica, e non solo in quello. Oggi come 30 anni fa le domande sono sempre le stesse: cosa spinge un uomo talentuoso, bello, ricco, a mettere fine ai propri giorni? Vicino al suo cadavere, il fucile con cui si uccise e una lettera, appunto di suicidio, indirizzata ad un amico immaginario, ‘Boddah’. Qui citava un passaggio di una canzone di Neil Young, considerato il padrino del Grunge, Hey Hey, My My (Into the Black): ‘It’s better to burn out than to fade away’ (‘È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente’). Una morte difficile da mandare giu’ e forse proprio questo ad alimentare la leggenda secondo cui sarebbe stato ucciso: la lettera, secondo qualcuno, era piu’ un addio alla musica che alla vita. Ma tant’e’.

Anche Kurt, scomparso a 27 anni, finì inevitabilmente nel ‘Club 27‘, ‘riservato’ a quegli artisti scomparsi a 27 anni. Cobain andava ad aggiungersi a quell’elenco già composto da Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, che oltre ad essere venuti a mancare alla stessa età, avevano una ‘J’ nel nome (o nel cognome). Mentre il 1994 era stato un anno d’oro per i Nirvana, la vita privata di Cobain era sempre più minata dalla depressione e dall’abuso di droga. Riservato e schivo Kurt non conviveva bene con l’onda di successo che aveva travolto i Nirvana, tanto da rifiutare anche l’ingaggio al prestigioso festival Lollapalooza dell’estate 1994. Da quel momento per Kurt fu tutto in salita: il 18 marzo la moglie Courtney Love telefonò alle forze dell’ordine dichiarando di “temere che il marito si fosse suicidato”. Kurt durante un litigio si era infatti chiuso a chiave in una camera della loro casa, portando con sé una pistola. Ma quel giorno Kurt non si tolse la vita, e la polizia parlò con i coniugi confiscando loro armi da fuoco e pillole. Poco tempo dopo Cobain accettò di sottoporsi a un programma di disintossicazione, ma fuggì dalla clinica la notte stessa: era l’1 aprile. Uno degli ultimi giorni di vita di Kurt.

L’anno che ha dato vita e voce al Grunge e che ha pesato sulla vita di Cobain e’ stato proprio il 1994, quando sulla sua strada e’ apparsa Roma. Oltre 9mila chilometri tra Roma e Seattle azzerati in poco tempo.

Il 23 febbraio fece la sua ultima apparizione televisiva, insieme ai Nirvana, negli studi di Rai 3, nel programma Tunnel, condotto da Serena Dandini, cantando Serve the Servants e Dumb. Pochi giorni dopo, l’1 marzo, dopo l’ultimo concerto del tour europeo in Germania, gli vennero diagnosticate una bronchite e una laringite. Il giorno dopo volo’ a Roma, dove fu raggiunto da Courtney Love e dalla figlia, per prendersi una settimana di riposo. Durante la notte la moglie trovo’ il marito in overdose dopo aver ingerito cinquanta pasticche di Rohypnol mischiate a champagne.

Portato al Policlinico Umberto I, fu salvato grazie a un cocktail di farmaci, prima di essere trasferito la mattina seguente all’American Hospital. Qui rimase in coma farmacologico per tutta la notte, ma dopo qualche giorno si riprese. “Mi fa schifo quello che ho conquistato”: Kurt Cobain non ha mai nascosto il disagio per quello che era diventato. “Prima suonare era un’avventura, adesso e’ un circo che mi annoia”. Al punto di dire basta.

Eppure bastarono appena quattro anni ai suoi Nirvana per diventare leggenda. Un po’ come successe a Hendrix che conquistò il mondo in appena 3 anni e 4 album. Ai Nirvana andò in modo leggermente diverso: 4 anni e 3 album, dal 1989, con l’esordiente Bleach, passando per Nevermind, 1991, finendo con In Utero, 1993. Solo in un secondo momento sono arrivati la raccolta Nirvana e l’MTV Unplugged in New York. Pochi album, eppure sono entrati a piedi uniti nella cultura di massa e nello stile di vita di milioni di giovani, grazie a quel giovanissimo artista, tanto talentuoso quanto tormentato e stufo del mondo intero. Che però non smetterà mai di amarlo.

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