Ed ogni ascolto è sempre un’emozione: Dark Side Of The Moon, sono 51

Un album talmente importante, fondamentale, storico, che quando Roger Waters ha deciso di rielaborarlo, dandogli un altro volto, comunque di altrettanta qualità, tantissimi lo hanno attaccato o comunque sono rimasti colpiti da questa scelta: “Perché toccare un capolavoro del genere?”. Che pure lo stesso Waters ha realizzato per gran parte.

L’1 marzo del 1973 i Pink Floyd pubblicarono The Dark Side Of The Moon, l’‘Album Perfetto’.

Il tintinnio delle monete e il rumore della cassa in ‘Money’, il ticchettio di diversi orologi e l’assordante suono delle loro sveglie. Tutti suoni che appartengono alla nostra quotidianità ma che 51 anni fa entrarono a far parte di quello che oggi ancora viene considerato “il disco perfetto” dei Pink Floyd e pure il ‘concept album’ per eccellenza. ‘The Dark Side Of The Moon‘ fu l’ottavo disco inciso da Roger Waters, David Gilmour, Nick Mason, Rick Wright, quello dei record per le vendite, oltre 50 milioni, e per la permanenza in classifica. Dopo il primo posto della classifica statunitense Top LPs & Tapes per una settimana, rimase in graduatoria ben altre 741 settimane dal 1973 al 1988.

Recentemente, poi, a marzo 2014, ha addirittura consolidato il proprio primato, arrivando alle 1.100 settimane nella classifica US Top Catalog. Un successo clamoroso e immediato, pur essendo l’ottavo della band: in anni più recenti, ancor di più al giorno d’oggi, difficilmente si va oltre il disco “azzeccato” dell’esordio. Un disco talmente all’avanguardia, pur essendo uscito da mezzo secolo, fu pubblicato negli Usa l’1 marzo del 1973 e poi in Gran Bretagna esattamente quindici giorni dopo, che fa quasi sorridere pensare in che modo siano stati registrati, per poi essere incisi come intro di canzoni come Money e Time, quel tintinnio delle monete e quel ticchettio di orologi. Oggi si risolverebbe tutto in pochi minuti, se non secondi: all’epoca servirono ingegno, pazienza e di conseguenza tempo, tanto tempo. Per Money, le registrazioni avvennero in due fasi. Dapprima Waters si chiuse in una baracca, prese una impastatrice alimentare in cui lanciò delle monete, l’effetto che venne fuori fu usato dai Pink Floyd durante i concerti prima di suonare Money.

Successivamente, per la versione da registrare in studio attraverso l’innovativa tecnica detta quadrifonia, grazie anche al lavoro dell’allora giovane ingegnere del suono Alan Parsons, gli effetti furono nuovamente registrati: il registratore di cassa fu preso dall’archivio degli Abbey Road Studios, mentre si prese il rumore delle monete lanciate da un paio di metri di altezza, sul pavimento dello studio.

E poi Time. Qui lo stesso Parsons fece tutto da solo: affittò un negozio di orologi nei pressi degli Studios, dove registrò per ore una sveglia alla volta per poi sovrapporle in studio creando l’effetto famoso in tutto il mondo. Un altro particolare che rende incredibile la storia di questo album, talmente avanti da aver visto la luce in un modo che sempre oggi sarebbe di difficile comprensione. All’epoca, infatti, canzoni appena concepite o album interi come appunto The Dark Side Of The Moon, venivano prima suonati dal vivo e soltanto dopo incisi in studio. Non si parlava di tour promozionali, di album da partorire e poi da dare alla luce per la gioia di case discografiche, radio, show o talent. La sperimentazione, l’azzardo, la ricerca, da sempre hanno caratterizzato la produzione dei Pink Floyd.

L’album Dark Side è catalogabile negli Anni 70 solo per la data di uscita, perché piuttosto è un album senza tempo, che anche oggi risulta essere oltre, si arroga il diritto e il privilegio di raccontare uomo e società, il potere dei soldi, il tempo che trascorre, la morte, l’alienazione mentale che la band si porterà dietro anche negli album a venire come Wish You Were Here e The Wall, traendo ispirazione, volontariamente o meno, dai problemi e dal quotidiano di quel Syd Barrett che la band l’aveva voluta ma che poi era stato costretto a lasciare.

Dentro The Dark Side Of The Moon c’è tanto, ma pure di più. C’è la frenesia della strumentale On The Run, in cui spicca l’uso del sintetizzatore, la pace e la solitudine di Breath, il dolore e la sofferenza di The Great Gig in the sky. A proposito di quest’ultima traccia, che per certi versi può essere considerata strumentale, è però caratterizzata dall’assolo vocale dell’allora corista Clare Torry che accompagnò il pianoforte avvolgente di Rick Wright. Un dolore, quello espresso dalla cantante, ‘complice’ anche l’idea di Wright che le disse di pensare alla morte e qualcosa di macabro mentre improvvisava in fase di registrazione. Quando uscì dallo studio, si scusò con il resto della band della sua performance che non l’aveva soddisfatta. Al contrario, i musicisti l’accolsero tra la soddisfazione e lo stupore per quanto avevano appena sentito.

E poi la pacatezza di Us and Them, un pezzo di critica contro la guerra scritto interamente da Waters. L’album si chiude con un terzetto di canzoni, Any Colour You Like, Brain Damage ed Eclipse che accompagnano chi ascolta verso la fine di un emozionante viaggio alla scoperta del Lato oscuro della luna. Ma dietro la notorietà di questo capolavoro pinkfloydiano non ci sono soltanto musiche, canzoni, testi.

Perché l’album è avvolto in quella che è considerata la più famosa, magica copertina della storia del rock. Su sfondo nero appare questo prisma triangolare rifrangente, con un fascio di luce che nell’immagine ha sei colori. Fu il frutto di un grande lavoro di Georgie Hardie e ideato da Storm Thorgerson, quest’ultimo fondatore dello studio grafico Hipgnosis che ha ideato innumerevoli copertine divenute famose nella storia del rock. Per un album ‘perfetto’ non si sarebbe potuta fare scelta diversa.

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