‘Eleven Tokens’: è il progetto di Andrea Cappi che firma con Multibox

Si intitola “Eleven Tokens“ il nuovo progetto di Andrea Cappi che firma con un ensemble che va sotto il nome di Multibox. E in forza al pianista e compositore troviamo anche Emiliano Vernizzi al sax tenore ed effetti, Riccardo Cocetti alla batteria e Stefano Galassi al basso. Ed eccolo l’esordio dei Multibox che restituisce al suono e alla sua forma il compito di navigare dentro piani concettuali dove il jazz è il modo protagonista ad avvolgere con gusto e sperimentazione – finanche improvvisazione, dovuta e attesa – una scrittura che dalle radici classiche si riempie di sperimentazione e futuro.

Perché questo titolo… perché “Eleven Tokens”? Perché 11… sono sempre convinto ci sia un motivo dietro la numerologia dell’arte…

Forse ti deluderò dicendoti che quel numero 11 rappresenta le ore che nel quotidiano riesco ad utilizzare per realizzare i miei obiettivi, tra lavoro e studio, inteso come pratica e ricerca. Sono da sempre una persona molto metodica nell’organizzazione del tempo, a volte fino all’eccesso… Alla fine della giornata mi piace avere la sensazione di aver imparato o realizzato qualcosa di nuovo per me ed è dunque importante sfruttare al meglio quegli “11 gettoni” a disposizione. Il titolo del disco (che è anche quello del primo brano) è un tributo quindi a quella routine quotidiana fatta di tanti piccoli dettagli e abitudini che ci spingono a dare il meglio di quello che abbiamo e sopportare più facilmente i sacrifici richiesti per raggiungerlo. Il musicista è prima di tutto un artigiano che ogni giorno deve confrontarsi coi propri strumenti e materiali e capire come utilizzarli. 

E poi la curiosità c’è per Multibox. Ha molto senso pensando al concept del disco, ma cosa ti spinge a non presentarlo con il tuo nome?

In ambito jazz, ma non solo, è abbastanza comune questa cosa. Accade spesso che un musicista abbia diversi progetti con obiettivi e intenzioni musicali anche molto lontane tra loro. Questo è anche il caso mio. A mio nome ho già un progetto acustico con cui tra l’altro ho in previsione l’uscita di alcuni nuovi singoli a breve. Mi piace molto l’idea di lavorare contemporaneamente su più fronti per poter esplorare nuove possibilità con musicisti e strumenti diversi, anche se chiaramente vanno limitati per non rischiare di perdersi. Multibox rappresenta una parte della musica che vorrei realizzare e al momento è sicuramente quella a cui dedico la maggior parte degli sforzi.

Bella la copertina. Psichedelia pura in un certo senso. Ecco: cosa pensi ci sia di psichedelico in questo lavoro?

L’alternanza o la contemporanea presenza di diversi influssi musicali è molto importante nel disco. Questo già di per sé rappresenta qualcosa di psichedelico. Un altra componente che ha a che fare con la psichedelia è la tendenza, in molte parti dei brani, alla ripetizione anche ossessiva di frasi e cellule ritmiche. Questo era anche uno degli obiettivi in fase compositiva, ovvero raccontare qualcosa che non avesse per forza uno svolgimento e un climax narrativo ma che proponesse una singola immagine/idea musicale da diverse angolature per poi magari alterarla successivamente.

Si potrebbe parlare di fusion in senso alto del termine?

Si direi che si possa utilizzare il termine “fusion” perché di fatto lo è, cioè una fusione di diversi generi (tra cui jazz, rock, elettronica principalmente…) anche se la fusion è ormai un genere con una storiografia immensa e che ha al suo interno svariate declinazioni, dalle più note al grande pubblico (penso allo “smooth jazz” degli anni 80) fino ad arrivare a commistioni molto di nicchia, ad esempio il punk-jazz… Quello che facciamo noi si avvicina forse maggiormente alla fusion jazz-rock ma credo che nel nostro progetto, considerato anche il tanto tempo che ormai ci separa da quelle prime forme di fusion, ci siano così tante influenze che si possa tranquillamente inserirlo nell’insieme ancora più vasto, e più legato alla contemporaneità, della musica crossover.

Parliamo invece del suono. La ricerca investe anche la sua forma e la sua estetica. Cosa pensi di aver raggiunto con questo lavoro?

Sicuramente una maggior consapevolezza del suono che vorrei ottenere sia come singolo che come collettivo. Ovviamente la ricerca del proprio suono e della propria direzione/linguaggio musicale è un lavoro molto profondo che in parte ha a che fare con lo studio e gli ascolti, in parte con l’esperienza e il proprio vissuto… e oltre a questo credo ci sia una forte componente casuale dove a volte si sbloccano delle porte senza capire bene come e perché. Mi considero ancora molto acerbo nel mio percorso ma credo che questo disco rappresenti una fase importante in cui ho sperimentato nuovi approcci alle composizioni. Per farti un esempio, credo sia la prima volta in cui ho provato a scrivere brani senza partire dal mio strumento (pianoforte/tastiere) ma da altri elementi; questo per fare in modo che il diverso presupposto mi portasse a una destinazione a cui non ero abituato (sia essa sonora, strutturale, ritmica o di altra natura) e che in qualche modo mi sorprendesse. Questa è stata una componente molto divertente e formativa per me.

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